L’intelligenza artificiale è ormai diventata parte integrante della nostra vita quotidiana. La utilizziamo spesso anche senza rendercene conto, facendo una semplice ricerca online o scorrendo i suggerimenti delle piattaforme di streaming. Dietro questi semplici gesti c’è un sistema capace di analizzare dati e imparare dall’esperienza.
L’intelligenza artificiale fu presentata ufficialmente nel 1956 durante una conferenza al Dartmouth College negli Stati Uniti, nata dall’idea di creare macchine capaci di ragionare e risolvere problemi come gli esseri umani. Ma di cosa si tratta davvero? L’IA si basa su algoritmi estremamente sofisticati, capaci di analizzare dati, imparare da essi e, sulla base di questi, prendere decisioni o generare contenuti. In altre parole, processi non lontani da quelli dell’intelligenza umana, per l’appunto. Come ogni grande innovazione, l’intelligenza artificiale porta con sé un ventaglio di opportunità, ma anche di timori.
Da un lato sono evidenti i vantaggi che ha già portato in svariati ambiti, dalla semplificazione di processi lavorativi e aziendali, ai servizi di supporto e assistenza virtuale, alle ripercussioni in ambito medico e ospedaliero, senza contare tutte le funzioni capaci di semplificare piccoli gesti di ogni giorno. Ed è forse proprio la facilità e la naturalezza con cui si è introdotta nelle nostre abitudini a suscitare una certa apprensione: l’intelligenza artificiale è destinata a sostituirsi a noi in maniera irreversibile? In parte, questo processo di sostituzione è già evidente, con conseguenze piuttosto critiche sulle capacità di produzione di testi e contenuti e nella risoluzione dei problemi, traducendosi, in generale, in una notevole riduzione del nostro sforzo cognitivo quotidiano. Allo stesso tempo (forse un aspetto meno evidente), dialogando con l’intelligenza artificiale ci si rende presto conto che le sue risposte hanno la tendenza ad appoggiare le nostre opinioni e convinzioni, trasmettendoci un senso di conferma e approvazione. Questa propensione, benché proveniente da una macchina, nel tempo ridurrà verosimilmente il nostro senso critico, la capacità di individuare le informazioni e le risposte attendibili e di mettere in discussione il nostro punto di vista.
Sarebbe sterile, a questo punto, scivolare in facili allarmismi, dal momento che è evidente come tutta una serie di competenze e attitudini siano difficilmente delegabili a un’intelligenza diversa da quella umana. Consideriamo, in primis, le abilità relazionali ed empatiche, senza contare la capacità di prendere decisioni tenendo conto degli elementi contestuali e delle possibili conseguenze, tutti aspetti che sfuggono inevitabilmente a un algoritmo. Al tempo stesso, siamo ancora legati, almeno in parte, a una concezione di intelligenza intesa come la capacità di immagazzinare grandi quantità di informazioni e risolvere problemi in maniera logica e razionale.
Il lavoro dello psicologo Howard Gardner negli anni Ottanta ha inaugurato il concetto di “intelligenze multiple”, portando alla luce l’esistenza di molteplici tipologie di intelligenza, oltre a quella più prettamente logico-matematica, come quella linguistica, spaziale, musicale e interpersonale. Arricchendo in questo modo la concezione di “intelligenza” risulta ancora più evidente quanto alcune competenze rimangano indissolubilmente legate all’esperienza e alla sensibilità umana. Evidentemente, è quantomai impensabile evitare l’utilizzo o negare l’importanza di questa incredibile tecnologia, considerandola come una minaccia (da un lato in quanto pressoché onnipresente, dall’altro in quanto strumento valido e utile). Al contrario, meglio sfruttarla in modo responsabile e consapevole, integrandola con le nostre esperienze, conoscenze e sensibilità, tenendo sempre bene a mente l’inestimabile varietà di intelligenze di cui disponiamo come esseri umani e che restano, nonostante tutto, insostituibili.
Elisa Giordano
Tirocinante in Psicologia
Sintra APS
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